Jacopo Romei

Jacopo Romei

Ci dici una cosa che le persone di solito non sanno, di te, ma che ti ha influenzato in quello che sei?

Jacopo -“Due cose relative alla mia famiglia senza dubbio.

Primo, le difficoltà economiche vissute nei primi vent’anni di vita. Vivevo da solo con mia madre e a 11 anni sono rimasto senza casa un anno. Quell’esperienza ha lasciato un segno profondo lungo tutta l’adolescenza – e anche oltre – e, quando a 23 anni stavo finendo il primo giro di ingegneria autofinanziato, decidere di fondare la mia prima impresa fu accompagnato e facilitato da questo pensiero: “Ho qualcosa da perdere? Uhm… no. E poi anche se ci mettessi 20 anni a risanare i danni, a 43 anni ne sarei fuori!”. 11 mesi dopo incontrai Gabriele Lana e lo sviluppo agile. Con un’azienda tutta mia non dovetti chiedere il permesso a nessuno per fare i primi esperimenti. Com’è andata poi…

Secondo, importantissimo: sono nato da una famiglia buddista. Entrambi i miei genitori lo sono da prima che io nascessi e, sebbene io sia dominato da una mentalità decisamente più materialista, il pensiero buddista è la mia “madrelingua”. Questa cosa mi ha permesso di capire molto presto che le cause e gli effetti nelle cose della vita possono essere molto distanti tra di loro ma allo stesso tempo avere una relazione molto forte. Questo carattere sistemico è proprio del pensiero agile e lean ed è ora in crescente accettazione, ma non viene per niente spontaneo agli occidentali, educati come siamo al più bieco riduzionismo. Da una parte silos funzionali, “nove mamme fanno un bimbo in un mese” e cose così, dall’altra la consapevolezza che il modo in cui scrivi il codice cambia quali contratti puoi firmare e quali contratti scrivi cambia le modalità in cui potrai scrivere e consegnare il codice.”

Se non fossi finito nel tuo ruolo / industria attuale, cosa ne sarebbe stato di te?

Jacopo -“Dopo il liceo ero indeciso tra 3 facoltà universitarie: ingegneria, filosofia e biologia. La prima è esclusa dalla domanda. La seconda all’epoca la esclusi per aumentare le chance di rifarmi un reddito e non mi sono mai pentito! Biologo: se non fossi quello che sono oggi, ora sarei un ricercatore in biologia, una passione molto forte ancora oggi. Non a caso la mia unica pubblicazione accademica ad oggi è in ecologia sperimentale!

Ancora oggi in verità penso che questi siano tre approcci chiave per navigare il mondo oggi: ingegneria per capire la tecnologia, così rilevante nella nostra epoca; biologia per capire la vera complessità, dal formicaio alla metilazione del DNA; la filosofia per capire cosa fare di tutto ciò, visto che oggi il problema vero è la cosiddetta governance: siamo pieni di strumenti ma facciamo schifo nel prendere decisioni.”

Quale è la tua sfida più grande, e perché è una cosa buona per te?

Jacopo -“Conciliare molti interessi e molto diversi fra loro: da sempre. Il tempo è poco, solo 24 ore al giorno e bisogna saper scegliere – il che include la saggezza di saper scegliere anche quando non fare niente e spalmarsi su un divano a dormire con i gatti per tutto il giorno.

La specializzazione è per sua natura in trade-off con l’eclettismo, ma da quando sono giovanissimo ho sempre creduto – e verificato – che l’asticella di quel compromesso può essere settata bella alta. Nei decenni i riscontri empirici mi hanno dato ragione e ogni fase della vita mi ha proposto le sfide giuste: a quelli (pochi) che mi danno dell’incostante io rispondo con i 13 anni passati con l’Anonima Armonisti, il mio gruppo a cappella, e i 12 impiegati senza sosta a diffondere la cultura agile e open in Italia, senza ridicoli copyright come fanno altri.

Perché è una cosa buona? Perché mi impone di essere organizzato, di porre il valore al centro delle mie scelte e perché mi permette di scoprire modi di pensare nuovi che posso poi riutilizzare in territori già battuti. Per esempio nei prossimi anni vorrei mettere radici in una famiglia e molti amici con i figli – ma non tutti! –  lì a dirmi di nuovo “eh ma vedrai che dovrai mollare tutto”: magari sì, ma vediamo un po’ che succede! :-)”

Che cosa ti spinge?

Jacopo -“La conoscenza. Sembra una ca****a ma è proprio così! Proponimi di conoscere qualcosa di nuovo e io ti dirò di sì. Per dire: nella mia libreria ho un libro del 1916 sulle tecniche di artiglieria e me lo sono letto tutto! Nel 2002 ho visto due parti – uno cesareo, al tavolo operatorio – e non ero il padre di nessuno dei due bambini. In questi mesi sto prendendo il brevetto di pilota di aliante.

La conoscenza ci permette non solo di leggere nuove “mappe” – importantissimo – ma anche di capire bene la differenza tra quelle ed il territorio reale, a fare tua quella conoscenza implicita sempre molto citata nel contesto dello sviluppo agile. Per dirla in termini nerd: è una questione di pattern matching! :-)”

Qual è il tuo risultato più grande?

Jacopo -“Vorrei dire una cosa edificante tipo “aver mantenuto una ‘retta via’ nel mezzo di mille turbolenze: periferia romana anni ‘80 in pieno boom dell’eroina, università e lavoro insieme, etc etc” ma probabilmente la cosa migliore che ho fatto nella vita è stato un motore 3D scritto in Pascal a 16 anni, nel 1994 da completo autodidatta. Maledetta Internet! Mi saresti servita un paio d’anni prima!!! :-D”

L’ultimo libro che hai letto?

Jacopo -““Antifragile” di Nassim Taleb.”

Che altra domanda pensi che dovremmo farti, e quale è la risposta?

Jacopo -““Quale credi sia la prospettiva del movimento agile in Italia?”

Iniziamo dalla fine, le ultime due parole. Contrariamente a molti partecipanti in forum e mailing list varie, non credo che la scena agile italiana sia molto diversa dal resto d’Europa. Quando ho lavorato all’estero o quando ho partecipato come speaker ad eventi internazionali ho trovato collaboratori e partecipanti identici a quelli che ritrovo in Italia, caratterizzati da difetti e pregi simili, in proporzioni simili.

C’è un vittimismo trasversale a molte comunità italiane che non ha molto senso e rende solo più difficile agire davvero. Ricordate il video con cui 1000 musicisti italiani invitavano i Foo Fighters a suonare a Cesena? Il video conteneva un appello dell’organizzatore che iniziava più o meno con “In Italia non si possono realizzare molti dei nostri sogni, ma questo forse sì etc etc”. Ma perché?! Perché non dire solo “visto che figatona? Daje Dave, prendi ste due chitarrine e vieni a fare un bel concerto qua, ché ‘sta cosa non te l’ha mai tirata su NESSUNO”. Mah…
Risolta quindi la questione dell’auto-ghettizzazione, andiamo al nocciolo: la prospettiva del movimento agile è quella di includere l’analisi di molti problemi nello stesso mindset che ha risolto nel recente passato molti problemi agli sviluppatori. Su un piano tecnico sta già accadendo in questi anni più recenti con la devops-izzazione delle infrastrutture, ma si pone e si porrà sempre più su temi anche molto distanti dallo sviluppo: governance privata, valute digitali, governance pubblica, contratti… Sarà molto interessante vivere i prossimi decenni e noi “agilisti” – si può scrivere “agilisti”? – osserveremo lo show per certi versi da un palchetto privilegiato.”

Chi sono le prossime persone a cui dovremmo fare queste domande? (per cortesia nominane due)

Jacopo -“Stelio Verzera e Alberto Brandolini”

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Stelio Verzera

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Alberto Brandolini