2015-02-13

Carlo Bottiglieri

nominato in Who is Agile in Italy da:

Angela Sanger

Ci dici una cosa che le persone di solito non sanno, di te, ma che ti ha influenzato in quello che sei?

Carlo -“Fino al mio primo anno di università ero convinto che la programmazione fosse qualcosa di estremamente difficile. Non avevo ben chiaro che cosa significasse programmare, immaginavo che il “codice” fosse letteralmente un specie di artefatto crittografico comprensibile solo al computer o, con lunghi sforzi, a persone addestrate alle convoluzioni necessarie.
Nella prima adolescenza avevo scoperto che il computer era buono per altro oltre che per i videogiochi: in particolare mi piaceva Excel, con cui scrivevo complicatissimi fogli di calcolo per simulare la costruzione di veicoli ed edifici per giochi di ruolo. Ho scritto migliaia di formule, con centinaia di celle che agivano da parametri e variabili, e ho fatto debug per ore; sempre convinto che quello che stavo facendo non fosse programmare. In effetti avevo programmato fin dalle elementari: ai tempi disegnavo dei secchi su un muro e gli assegnavo operazioni aritmetiche, i secchi si rovesciavano in un senso o nell’altro in funzione della quantità d’acqua ricevuta dai secchi più in alto, poi immaginavo l’acqua e tentavo di seguirne gli effetti attraverso i secchi.
Quando all’università mi misero davanti del codice e mi dissero che quello era effettivamente il programma, ero strabiliato: non solo non era difficile, era scritto per gli esseri umani, proprio come Excel; poteva diventare quindi un’estensione naturale del pensiero, come una seconda lingua. Ci volle circa un anno, ma ogni mio interesse nella costruzione dei ponti, che aveva originariamente motivato la mia scelta di studi, venne soppiantato dalle prospettive aperte da questa rivelazione.
Sono quindi arrivato tardi alla programmazione (consapevole) e mi sono sentito in ritardo per anni, con l’affanno dell’apprendere quanto più possibile. Per fortuna era apparso internet, altrimenti mi sarei sentito perduto.”

Se non fossi finito nel tuo ruolo / industria attuale, cosa ne sarebbe stato di te?

Carlo -“Mi piace pensare che avrei fatto il grafico 3d. La prosaica verità è che senza la leggerezza della programmazione avrei continuato ad innamorarmi ed annoiarmi di decine di campi diversi, facendo la vita dell’eterno dilettante, senza forse mai scoprire l’altro grande piacere dopo la programmazione: creare e appartenere a un team che funziona alla grande, composto da individui che non devono annullarsi per collaborare.”

Quale è la tua sfida più grande, e perché è una cosa buona per te?

Carlo -“Riuscire a guidare un gruppo senza per questo generare una dipendenza verso di me, ma anzi stimolare il senso di responsabilità comune e l’iniziativa. Se non riesco a fare questo, allora ogni iniziativa e risultato saranno controproducenti sul lungo periodo.”

Che cosa ti spinge?

Carlo -“L’incapacità di capire e sfruttare lo sviluppo software come leva industriale sta congelando molte aziende, ma, cosa più importante, sta uccidendo la professione dello sviluppatore. In assenza di professionisti, anche quelle poche realtà che avrebbero l’apertura mentale per competere grazie al software non trovano persone con le capacità necessarie.
E’ una desertificazione che colpisce ovunque, dalla Francia all’India, dalla Cina all’Italia; ad eccezione di alcune enclavi e regioni con il giusto ecosistema, così rare da essere iconiche, c’è un’intera rivoluzione industriale soffocata nella mutua incompetenza di cliente e realizzatore.
In un tale panorama, mi sforzo di fare giardinaggio.”

Qual è il tuo risultato più grande?

Carlo -“Sono incerto. Sono particolarmente soddisfatto di un esercizio di refactoring che ho scritto alcuni anni fa che, grazie a un momento di illuminazione, contiene una dozzina di tipi di schifezze diverse, a diversi livelli di astrazione, in solo una cinquantina di linee; pur restando credibile e rifattorizzabile in un’ora. Alternativamente, l’essere riuscito a tenere insieme un gruppo di tecnici volenterosi nelle turbolentissime acque della politica di una multinazionale è stata forse la cosa migliore che ho fatto finora. Di sicuro è stato più bello inventare l’esercizio.”

L’ultimo libro che hai letto?

Carlo -“Leggo troppe cose in parallelo e non ne finisco quasi mai nessuna (forse avrei dovuto menzionare “restare concentrato” due domande più su). Il libro di cui ho letto più pagine (e sono pagine enormi) nell’ultimo anno penso sia “Dictionnaire raisonné de l’architecture française du 11eme au 16eme siècle”, perché non c’è nulla che rilassi quanto un’interminabile filippica sull’evoluzione delle volte ad arco. L’ultimo libro prettamente professionale che ho letto (in buona parte) è una collezione di saggi di Parnas: “Software Fundamentals”.”

Che altra domanda pensi che dovremmo farti, e quale è la risposta?

Carlo -“Per il successo di un’organizzazione, cosa è più importante, scrivere software di qualità o applicare un metodo agile per migliorarsi?”
Può sembrare una domanda da uovo e gallina, ma non penso che lo sia. Ho visto piccole e grandi società messe in ginocchio da cattivo software, con e senza l’applicazione di un metodo agile; non parlo semplicemente dei costi di sviluppo fuori controllo, ma dell’incapacità di evolvere il proprio modello di business e di riflettere profondamente sulla strategia di prodotto. Spesso questo handicap non viene nemmeno riconosciuto dai diretti interessati: non è facile rendersi conto di quanto sia penalizzante non avere una base di riflessione potente come una codebase limpida e rappresentativa dello stato dell’arte del proprio prodotto.
Per molti versi, vedo i metodi agili come degli strumenti mirati a stabilire l’ecosistema atto a raccogliere, trattenere e sfruttare bravi professionisti, a loro volta capaci di applicare le tecniche necessarie a ottenere quella nitidezza necessaria al prodotto per agire da continuo trampolino di lancio. Quindi i metodi agili sono fondativi, ma sono asserviti a un passo intermedio, le persone, e non sono il risultato finale: il software come bene strategico.
Forse è per questo che, di tutti i precetti lean e agili, quelli che mirano a preservare il tecnico pensante e responsabile, sono i miei preferiti.”

Chi sono le prossime persone a cui dovremmo fare queste domande e perchè?

Carlo -“Forse è perché sono fuori dal giro dell’agile italiano da un po’, ma i due che mi vengono in mente e che non vedo ancora elencati sono dei pionieri italiani/italofoni piuttosto che dei praticanti molto attivi in Italia oggi: Massimo Arnoldi e Francesco Cirillo.”