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Marco Calzolari

nominato in Who is Agile in Italy da:

Stefano Leli

Ci dici una cosa che le persone di solito non sanno, di te, ma che ti ha influenzato in quello che sei?

Marco -“Se le persone non lo sanno, probabilmente c’è un motivo 🙂

A parte gli scherzi, è molto difficile scegliere una tra tutte le cose che hanno avuto un’influenza in ciò che sono diventato (nel bene e nel male). Di fatto, ogni esperienza aggiunge qualcosa alla nostra vita, e il peso che noi diamo agli eventi (e le emozioni che proviamo, i significati che creiamo, i ricordi che lasciamo sfumare o conserviamo) condiziona il nostro futuro. Forse, se dovessi citare qualcosa di significativo e ancora relativamente “riservato”, potrei raccontare che ho avuto il mio primo computer molto tardi, rispetto alle persone con cui lavoro, e che l’ho acquistato per scrivere racconti, non codice :)”

Se non fossi finito nel tuo ruolo / industria attuale, cosa ne sarebbe stato di te?

Marco -“Chi può dirlo? Sarei potuto diventare un sacco di cose… ma siamo sicuri che non non lo sia diventato e/o non lo possa diventare in futuro? Scorrendo velocemente le mie passioni, probabilmente non potrei più fare la rockstar (o meglio, diciamo che sarebbe sconveniente iniziare adesso, dovrei crearmi una reputazione da giovane, per essere apprezzato anche a questa età mentre faccio casino su un palco, e poi il lavoro mi porterebbe ancora più spesso lontano dalla famiglia, quindi no, dai) ma tutto il resto è ancora possibile 🙂 Riprendendo la domanda di prima, forse non tutti sanno che ho lavorato anche come barista e cameriere, bagnino e fornaio. Farei ancora volentieri il bagnino, per poter lavorare “sul mare”, ma fare il pane è un’esperienza che da moltissima soddisfazione, una volta che ci si sincronizza con gli orari…”

Quale è la tua sfida più grande, e perché è una cosa buona per te?

Marco -“Personalmente? Mantenere l’equilibrio. Muovermi liberamente ma senza perdere di vista il confine tra istinto e analisi, tra concentrazione e sperimentazione, tra filosofia e quotidianità, poesia e tecnologia. È una buona cosa perché mi fa realizzare cose che mi piacciono di più.

Più in generale, contribuire a cambiare il modo in cui le persone non solo lavorano, ma considerano il lavoro, e le persone stesse con cui lo svolgono. Credo che questo cambiamento possa creare spazio per una nuova considerazione della società e del mondo. E dai, c’è troppa roba interessante nel mondo per lasciarsela sfuggire.”

Che cosa ti spinge?

Marco -“Non ne sono sicuro… vado più spesso in pull 🙂

Forse il bisogno di dare valore al tempo. Il tempo è stato per almeno cinque anni l’argomento delle mie ricerche di filosofia, psicologia e scienza. Le teorie sulla realtà fisica del tempo e le contraddizioni della nostra percezione del suo scorrere sono affascinanti. Ho vissuto tante situazioni in cui la soddisfazione di aver realizzato qualcosa di importante e condiviso, dopo il giusto entusiasmo, si è trasformata in un sentimento di armonia e serenità. Ecco, io credo che quello sia il modo in cui le persone dovrebbero vivere. Purtroppo questo sentimento manca a chi lavora in alcune organizzazioni, ed è uno spreco di tempo, oltre che di energia. Quel tempo potrebbe essere usato per stare bene, per cambiare qualcosa di importante nel mondo, e invece se ne va per gestire cose che non funzionano o attenuare gli effetti dell’insoddisfazione. Non mi piace. Per dare valore al tempo servono disciplina e strumenti (Agile è uno di questi, di cui ho sperimentato e osservato i risultati), ma anche una dimensione tutta nuova di scambio tra le persone. Ti spiego meglio più sotto.”

Qual è il tuo risultato più grande?

Marco -“Lavorare per le persone è già un gran risultato, in un contesto professionale presidiato da tecnologia e strumenti digitali. I risultati “grandi” però arrivano con il tempo, e sono la somma di tante piccole conquiste che sono fatte di esperienza, di perseveranza e collaborazione. Nessuno riesce a fare grandi cose da solo. La società che ho co-fondato, e quelle a cui partecipo, ne sono un esempio: ogni giorno porto con me anche il punto di vista e le lezioni imparate dai miei amici e partner, quindi ogni conquista diventa “nostra”, e non solo mia. Succede anche nelle attività che svolgo: il contributo delle persone per cui lavoro influenza il mio, e quando il reciproco impegno porta grandi risultati, questi si possono osservare soprattutto _dopo_ il mio intervento. Venirne a conoscenza mi rende orgoglioso delle persone, non solo di me: di averle conosciute meglio e di aver condiviso un pezzo di crescita insieme.”

L’ultimo libro che hai letto?

Marco -“Da buon filosofo non ho mai smesso di studiare e fare ricerca: storia, psicologia, pensiero orientale, sociologia, fisica. L’ultimo libro che ho letto è “Vivere, Sognare, Morire” di Rob Nairn, autore buddista sudafricano, che integra la psicologia di Jung con i testi del Buddhismo Tibetano.
Di recente ho letto due romanzi di fantascienza molto belli: “Chiusi Dentro” di John Scalzi e “Il Mondo sul Filo” di Daniel F. Galouye, che hanno temi simili: mondi virtuali in cui l’umanità è costretta a muoversi senza capire in quale dei due si svolgono le vicende, e chi ne determina il destino. Tra i libri che mi sto portando dietro in questi giorni c’è “Mentre Morivo” di Faulkner, impegnativo ma grandioso.

Ma perché non parliamo di musica? Sento che mi state per chiedere qual’è l’ultimo disco che ho ascoltato… 🙂 È presto detto, The Gateway dei Red Hot Chili Peppers, un disco che spero abbia ancora molte sfumature da cogliere nei prossimi ascolti. Ora sto facendo amicizia con l’ultimo di Nick Cave & The Bad Seeds. Di recente ho scoperto un compositore islandese di nome Johan Johannsson, conosciuto per alcune recenti colonne sonore, e di cui è appena uscito un nuovo album per Deutsche Grammophon. La sua musica mi rilassa e mi aiuta a pensare.”

Che altra domanda pensi che dovremmo farti, e quale è la risposta?

Marco -“Qual’è la chiave di volta? La conversazione, ovvero il modo in cui scambiamo informazioni ed esprimiamo intenzioni tra persone. Tutto dipende dalla qualità di questo scambio: la relazione, la trasparenza e la soddisfazione di partecipare a qualcosa che per noi è importante e ci arricchisce. George Bernard Shaw lo ha sancito con straordinaria efficacia scrivendo: “The single biggest problem with communication is the illusion that it has taken place”. Purtroppo l’illusione che entrambe le parti di una comunicazione riescano ad intendere le intenzioni l’una dell’altra è pervasiva, e pone le basi per malintesi e frustrazioni.
Negli ultimi anni il mio focus è proprio questo, studiare e migliorare i modi con cui le persone comunicano sul lavoro, utilizzando (e inventando) metodi che siano facili da utilizzare, imparare e soprattutto diano una spinta all’azione, cioè abbiano un effetto immediato e consistente. Inoltre, il primo aspetto su cui è necessario lavorare quando si vuole migliorare una conversazione, siamo noi: a volte è proprio con noi stessi che fatichiamo a conversare in modo trasparente, e dentro di noi questa conversazione è fatta anche di silenzi da ascoltare.”

Chi sono le prossime persone a cui dovremmo fare queste domande e perchè?

Marco -“Pino Decandia! Aggiungo la seconda nomination: francesco saliola (mokabyte da sempre, e AR da poco :)”